La mia decisione di fare volontariato

Quando si inizia a vivere stabilmente in posti come la Cambogia, è impossibile rimanere impassibili alla povertà e alle condizioni di alcuni bambini. Ci sono bimbi che vivono per strada, vendendo ghirlande di fiori. Si stringe il cuore ad osservarli passare nelle strade trai  motori di scarico di grosse aiuto. Loro così piccoli e indifesi, fragili, sporchi in volto e sui vestiti.

Non mi ci è voluto molto per sentire il bisogno di fare qualcosa. Non è stato facile trovare il tempo, perché ero veramente molto molto impegnata. In alcuni momenti ho avuto anche periodi di febbre alta, dovuti allo stress e anche alle difficoltà di situazioni negative.

Così mi sono avvicinata ad alcune scuole di quartiere. Parlando con i responsabili ho ottenuto un incontro con i bambini e la possibilità di fare un  tour della scuola.

Il primo giorno che sono arrivata in questa scuola, sono stata accolta a braccia aperte. Ho parlato con il preside e la sua assistente, i quali sorridendo, mi hanno fatto cenno di seguirli in una visita ai locali della scuola.

Nel mio pellegrinaggio, alla scoperta di questa nuova scuola, ad un certo punto, mi sono accorta che ero letteralmente seguita da un branco di studenti di qualsiasi età. E’ stato uno spettacolo vedere tutte le loro facce sorridenti.

Le ho impresse nella mia mente e nessuna foto potrà rendere grazie a quel momento.

Leggevo nei loro volti una miriade di emozioni: lo stupore, la paura, la gioia, l’entusiasmo, la curiosità, il dubbio, la spavalderia. Erano già tre anni che abito in Cambogia,  ma era la prima volta che sentivo i brividi sulla pelle.

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Avevo già seguito altri bambini all’interno di scuole internazionali ( EWS ). Inoltre con il mio ruolo di Capo degli studi e programmi musicali in una scuola privata, ero già venuta a contatto con molti bambini di famiglie benestanti. Adoravo il mio lavoro, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Non potevo ricoprire quella posizione, senza intraprendere un progetto di volontariato che aiutasse anche i bambini più bisognosi. Credetemi, non c’è soddisfazione più grande che vedere bambini felici e orgogliosi del loro lavoro. Purtroppo però, venendo a stretto contatto con questa realtà, ho scoperto aspetti della povertà dei bambini cambogiani, che non avevo conosciuto fino a quel momento. Molti vengono da famiglie povere. Quando intendo povere, non mi riferisco solo ai soldi, ma purtroppo sono povere di spirito, di educazione, di cultura. Insomma povere di strumenti e mezzi per comprendere tante delle cose che per noi sono alla base della vita quotidiana.

Queste famiglie trattano i propri figli come oggetti. I bambini sono merce di scambio per un nuovo motorino, macchina, cellulare. Le famiglie spesso non si prendono cura dei propri figli, li lasciano incustoditi con fratelli più grandi che fumano o bevono.

Molto spesso i genitori  fanno smettere di andare a scuola i propri figli per mandarli a lavorare. Così i figli lavorano e guadagnano per  i genitori che se ne stanno a casa a non fare niente. Questi bambini sono quasi più sfortunati degli orfani, perché le istituzioni o le associazioni non li possono sottrarre alle famiglie.

Convincere le famiglie a mandare i bambini a scuola, è spesso una missione impossibile. A volte, quando si riesce a convincere i genitori, i bambini rimangono a scuola massimo un mese e poi spariscono di nuovo.

Sta ai componenti della scuola, delle associazioni e al loro buon cuore, ad andare casa per casa a riacchiappare i bambini e convincere i genitori.

Fortunatamente a volte si incontrano famiglie con genitori così belli, che quando li guardi negli occhi e gli vedi le pupille brillare di una gioa infinita, ti chiedi perchè.

Perchè sono poveri? Perchè sono felici? Perchè sono così diversi da altri genitori?

Qual è la loro storia che li ha portati ad essere diversi? Quando si parla di Cambogia e della generazione che adesso si ritrova ad essere genitore, è giusto ricordare che stiamo parlando di persone che hanno vissuto il regime di Pol Pot e dei Khmer Rouge.                               Ognuno di loro avrebbe una storia particolare da raccontare. Attraverso il racconto della loro storia passata, si potrebbe arrivare a capire alcune dinamiche,  aiutarli a rivivere il passato, facendo riaffiorare vecchi scheletri nascosti infondo all’anima e provare quindi a guarire da un terribile incubo. Purtroppo questo in Cambogia non avviene, perchè nella loro cultura ha importanza il qui e ora. Non vogliono ricordare, ma dimenticare. Il passato non è importante dicono. Purtroppo prendono delle nozioni della religione buddista, senza veramente capirne il significato e le interpretano con i mezzi che possono. Infatti non scordano, non lasciano andare,  non trasformano le emozioni,  ma le reprimano, accumulando tutto dentro. Questo è stato uno dei fattori che ha scatenato quella immensa violenza nel periodo di Pol  Pot.

Il progetto pensato da me, doveva quindi avere una parola prioritaria: felicità. Prima che insegnare musica, la mia missione principale, era trovare il modo di insegnarla educando i bambini alla felicità, al sentirsi orgogliosi, grati alla vita, amati. Insegnare a sviluppare e tenere accesa l’intelligenza emotiva, l’importanza della condivisione e del creare musica in gruppo. Ogni giorno una gioia, una festa di musica e colori.

E’ stato per me una esperienza enorme che ha arricchito il mio curriculum di insegnante. Nelle mie lezioni di Music & English non manca mai l’ educazione alla felicità.

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